Agape | Silvia Manfredi

 

Agape

di Silvia Manfredi

 

“Ciao. Ti hanno chiamato quelli della scuola di Claudio?” Il notaio Federico Lancini è rientrato a casa per un pranzo veloce e mentre sua moglie arriva è già pronto per tornare in ufficio.

“No, cosa volevano?”

“Mah, non so… Era qualcosa a proposito di Claudio e un suo compagno. Mi hanno detto che hanno provato a telefonarti ma era sempre staccato.”

“Sì, certo, oggi è martedì perciò ero alla spa con Clarissa”. Cristina appoggia la pelliccia sulla poltrona di velluto, si avvicina al tavolo e si versa un bicchiere di succo d’orange dalla brocca in cristallo di Boemia. “Ma tu ci hai parlato?”

“No, no, ero con un cliente. Ho detto che ti avrei avvisata io e che avresti richiamato nel pomeriggio. Adesso vado che sono di fretta. A stasera.”

Cristina, rimasta sola nel salone illuminato dal chiarore che penetra dalle ampie vetrate, appena filtrato dalle preziose tende in seta, finisce di addentare un tramezzino e, prendendo il suo           I-phone compone pazientemente il numero della scuola.

“Pronto? Sì, sono la signora Lancini. Buongiorno, mi ha detto mio marito che mi avete cercata.”

“Sì, infatti. Attenda solo un attimo per cortesia che la metto in contatto con la dirigente.”

Dopo qualche istante di attesa arriva, calda e calma, la voce all’altro capo del telefono.

“Buongiorno signora.”

“Buon pomeriggio a lei. Come posso esserle utile? Mi ha detto mio marito…”

“Sì, avremmo bisogno di incontrarla e…”

“Ma di cosa si tratta?” la interrompe Cristina, con un quasi impercettibile sforzo nella cortesia modulata della voce.

“Beh, si tratta di una cosa un po’ delicata. C’è stato un piccolo furto – un portafoglio – e poi un inizio di rissa tra suo figlio e il suo compagno di classe Ahmed, ma per fortuna siamo intervenuti subito e non si sono fatti niente. Però, capirà… non possiamo soprassedere. È comunque una cosa grave… La signora Ahmed ci ha chiesto di incontrarla in un colloquio privato qui a scuola e anche noi…”

“Ma certo! Capisco. Non c’è problema.” Intanto pensa: Ecco, adesso vedrai che Federico me lo rinfaccerà di nuovo… “Tu e la tua mania di voler fare la democratica e quella aperta, evoluta! Te l’avevo detto che era meglio mandarlo alla privata. Se ci sono rogne adesso te le sbrighi tu.”

Ma poi torna col pensiero a suo padre, fondatore e dirigente di una storica grande azienda e a quella frase che era solito ripetere in molte e molte occasioni, quasi un mantra, che evidentemente le si era ficcata sotto pelle: “Bisogna sempre conoscerlo – per vincerlo – il nemico!” E poi lei era moderna, sì; anche se era nata e cresciuta in una famiglia bene, come suo marito, era di vedute più aperte. Era “necessario oggigiorno!”, come ripeteva spesso alle sue amiche.

“Claudio si troverà a vivere con tutte queste nuove razze”, aveva detto una sera a suo marito, quand’era giunto il momento di scegliere la nuova scuola del figlio undicenne. “Probabilmente alcuni di loro diventeranno anche suoi operai in azienda un domani, perciò è meglio per lui che impari a conoscerli questi nuovi soggetti, che cominci ad averci a che fare adesso che sono piccoli, così saprà cavarsela poi.”

E così Claudio era stato iscritto a una scuola “normale”.

Ora però bisognava mostrarsi all’altezza di tutta questa democraticità, pensava, mentre col telefono in mano cercava di riunire velocemente i pensieri e richiamare a sé il giusto tono di voce con cui rispondere alla dirigente scolastica. Bisognava mantenersi calma, aperta, tollerante e collaborativa.

“Capisco”, riprese dunque, con tono più morbido e conciliante. “Non è nulla di grave, anche se un po’ di fermezza ci vuole con questi ragazzi, devono imparare a rispettare le nost…le regole, altrimenti…” concluse lasciando dondolare l’ultima parola a mezz’aria con un affabile sorriso che sperò di arrivare all’altro capo. “Ma può comunque dire alla signora Ahmed di stare tranquilla, noi non intendiamo certo sporgere denuncia, per così poco. D’altronde è comprensibile: questo ragazzino… come si chiama… ecco, sì, Amir, si capisce, probabilmente… credo, non è abituato ad avere tante cose in casa e immagino che … beh, sì, la tentazione di avere qualcosa di più… Magari avrà voluto comprarsi un giornaletto o le figurine dei calciatori e… Insomma, bisogna capirlo no?”

Dall’altro capo del telefono ci fu un momento, che a Cristina parve inopportunamente lungo, di silenzio. Poi la dirigente, dopo aver scrollato leggermente le corde vocali con due brevi colpi di tosse, con la voce più bassa di un’ottava e col tono delicato che usava probabilmente con i suoi alunni più bisognosi, rispose:

“Veramente, signora Lancini, è stato suo figlio a rubare il portafoglio.”