A passo d’uomo | Michele Febbrari

 

A passo d’uomo

di Michele Febbrari

 

Si capisce molto di una persona dalle scarpe che indossa. Sono come un piccolo dettaglio lasciato in fondo alla pagina, un post-scriptum di te stesso che dice “Questa è la parte di me davvero sincera”. La prima volta che ho visto Peter, non avrei mai pensato che sarebbe diventato così importante per me, e come potevo? Era apparso una mattina al bar dove quotidianamente facevo colazione e si era seduto al tavolino accanto al mio. Indossava con affanno un abito elegante decorato di cravatta, e ai piedi portava scarpe da tennis bianche, allacciate strette con il doppio nodo. Scriveva e cancellava frasi su un taccuino, sorseggiando una spremuta. All’epoca lavorava in banca, ma amava scrivere battute e racconti divertenti. Purtroppo, le opportunità della vita non lo avevano premiato e un lavoro stabile gli dava la sicurezza economica, ma dentro di lui rimaneva forte la miccia accesa della follia che esprimeva con le sue scarpe allegre.

Compariva di rado per mangiarsi un croissant con una spremuta, e scarabocchiare qualche massima su chissà quale argomento, sorridendo a tempo perso.

Poi a un certo punto ha smesso di venire e non l’ho più visto per un po’ di tempo. Un sabato di qualche anno dopo, mi trovavo su un treno diretto a Roma e, per uno strano scherzo del destino, proprio di fronte a me, venne a sedersi lui. Ci misi qualche minuto a riconoscerlo, d’altronde non lo vedevo da anni. Leggeva con passione un libro di aforismi di Woody Allen, vestito comodamente in un abbigliamento casual e ai piedi portava scarpe di tela rosse, senza lacci. Capii subito che qualcosa era cambiato in lui, lo esprimeva il suo sorriso pieno e forse non riuscii nemmeno a mascherare lo stupore. Mi domandavo cosa andasse a fare a Roma, e nella mia mente le possibilità si moltiplicavano: andava a proporre un manoscritto? O a fare un provino a Cinecittà? Immaginavo le cose più originali con lo sguardo sempre fisso sulle sue scarpe rosse senza lacci, come una libertà riconquistata.

Scendemmo entrambi a Roma Termini e con lo sguardo lo seguii mentre imboccava via Cavour pattinando sulle suole sottili delle sue scarpe comode, diretto verso chissà quali orizzonti.

La sua immagine mi rimase impressa per molto tempo, rappresentando nella mia mente un’icona di espressività corporea e di anarchia gentile.

Passarono altri anni, che portarono con sé continue insicurezze, come stringhe che non stanno allacciate, sempre più lontani dai tempi comodi degli strap. E in un giorno di pioggia, di non so quale stagione, lo rincontrai per la terza volta, seduto accanto a me su una panchina di un grande parco. Attendevo un’amica e sopportavo la leggera acquarugiola che mi puntellava la testa e mi rendeva belli i capelli. Questa volta lo riconobbi dalla faccia, perché l’avevo vista sul giornale con mia grande e piacevole sorpresa. Nella sezione spettacoli parlavano di una pièce teatrale scritta da lui e andata in scena la sera prima. Ma ancora una volta furono le sue scarpe a parlarmi: robuste e nere, visibilmente usurate dalla pesantezza di tanti passi, con lacci scuri. Fumava una sigaretta con gli occhi assenti, perso in chissà quale viaggio mentale. Mi domandavo se stesse attraversando un periodo complicato, o se lo beccavo in una giornata triste, magari aveva appena avuto un lutto. Oppure era solamente un passaggio naturale della vita che porta a un certo punto a scolorirsi, lasciando spazio a un educato conformismo.

Poi però vedo arrivare Erika in lontananza, e ritorno a sorridere. In un attimo svaniscono i miei viaggi mentali impregnati di autopsicanalisi. E penso a Peter e penso a me: due persone diverse in un corpo solo, che si intrecciano nel tempo. Non so chi dei due si alzerà dalla panchina e andrà a parlare con lei, forse entrambi, riuniti finalmente in una serena convivenza.