Colori | Luisa Locatelli

 

Colori

di Luisa Locatelli

 

Da bambino credevo che mia madre fosse una taxista, come quelli dei film americani. Ogni pomeriggio, alle sedici e trenta, ci aspettava fuori da scuola con la sua multipla argento parcheggiata in seconda fila. Mio fratello e io disertavamo ogni indugio spassoso coi nostri compagni: ci sarebbe costato una salata ramanzina. Avevamo i minuti contati. Subito ci fiondavamo alla piscina comunale: nostra sorella ci attendeva lì con la sua sacca più grande di lei appesa a una spalla; praticava il nuoto tutti i giorni perché aveva la scoliosi. Caricata sorella e borsone ci dirigevamo otto isolati più in là, a recuperare il fratellone secchione, che frequentava il liceo classico e al pomeriggio se ne stava sempre a studiare in biblioteca.

Ogni giorno, nel salire su quell’auto, attraversavamo il tornello e prendevamo il nostro posto in quella strana giostra a ingranaggi che a volte chiamavamo famiglia. Alle ore diciotto eravamo tutti al tavolo per i compiti. Mia madre, tra nomi di fiumi ed espressioni algebriche, stendeva la biancheria o stirava. Alle diciannove apriva lo sportello del frigo, che era sempre in procinto di rigurgitare verdure sane, e scrutava: cercava ispirazione per la cena. Era una donna pragmatica, aveva fatto dipingere le pareti di casa di un grigio marmorizzato, perché stava allo sporco e al mattino ci imponeva che vestissimo tutti dello stesso colore, per ottimizzare le lavatrici, ma rifiutava la noia del menù preimpostato: la preparazione culinaria su ispirazione era forse l’unica forma d’arte che si concedeva.

Da ragazza disegnava, in cantina avevo scoperto interi faldoni con le sue “opere”, ma crescendo aveva abbandonato i pennelli e le matite colorate per assecondare i desideri di suo padre che auspicava per lei una laurea in lingue e un bel posto da segretaria. Il nonno aveva vissuto gli orrori della seconda guerra, celati nei suoi gelidi silenzi e a volte, quando vedevo mia madre compiacerlo nei suoi capricci da vecchio, percepivo, senza comprenderlo appieno, il significato della parola olocausto.

Alle nove e quarantacinque il noioso celeuma ci guidava verso il coprifuoco: “Preparate lo zaino, mettete il pigiama, lavatevi i denti…”, perché la sveglia suonava alle sei e trenta ed era impensabile che noi bambini dormissimo meno di otto ore.

Ricordo che prima della fastidiosa suoneria mi destavano i rumori provenienti dalla cucina, accompagnati dal piacevole odore del caffè d’orzo. Un saluto a mio padre e subito dopo lei afferrava la manovella e metteva in moto con vigore il volano della giornata.

 

Quando avevo quindici anni, ci spedì tutti al campo estivo e stranamente non ricevemmo notizie di lei per l’intera settimana. Al rientro ci accolse l’acre odore dei colori acrilici e mia madre, raggiante e variopinta, che dava le ultime pennellate a una foresta tropicale alla Rousseau, affrescata sulla parete più grande del salotto. Mio padre, che era all’estero in quel frangente, al suo ritorno la definì una bizzarria, chiamò il pittore e in due giorni il deserto grigio marmorizzato era avanzato fino a divorare tutti i fiori di ibisco.

Alla morte di mio padre, molti anni dopo, le trovammo dimora in un’amena casa di riposo, aveva le mani deformate dall’artrite e si muoveva malamente e dopo un anno ci lasciò anche lei. Due giorni dopo il funerale andai a recuperare le sue cose; il sole illuminava un armadio di fòrmica verdina, unica nota di colore in quella stanza linda e asettica. Aprii le ante e l’inserviente che mi accompagnava sussultò: l’interno era vuoto, ma completamente tappezzato con brandelli di riviste; feci due passi indietro e misi a fuoco la gobba variopinta di un arcobaleno: sulla sommità l’immagine di un bambino sdraiato sul dorso, le mani e i piedi sollevati, sembrava pronto a godersi una fantasmagorica scivolata tra i colori.

“Che è questa roba?” Sbottò seccata l’inserviente col naso infilato tra le ante.

Un sorriso si stampò sulla mia faccia:

“Questa roba è mia madre”.