Ultimo round | Cristina Scarcella

 

Ultimo round

di Cristina Scarcella

 

A scuola i prof si identificano con la materia che insegnano, la incarnano.

E, per quanto severi e austeri si presentino, gli studenti vivono covando il perverso desiderio di aggiudicarsi il punto cruciale nella schermaglia quotidiana.

Ultimo giorno dell’anno, prima ora, entra in classe quello di greco. Gli adolescenti, svogliati, si alzano in piedi e, mollemente, si risiedono dopo che lui ha preso posto. “Kaì, kaì” (accento letto sulla “i”, volutamente errato) prende severamente in giro gli studenti ginnasiali alle prime armi con la lettura dei segni antichi e delle loro regole di pronuncia, lui che di norma parla talmente poco che, per chiedere allo studente seduto accanto alla finestra di sollevare completamente la tapparella, procede come segue: indice per selezionare lo studente / indice verso la finestra / palmo rivolto verso l’alto / movimento ripetuto delle quattro dita unite dal basso verso l’alto. Varie dozzine di versioni da tradurre durante l’estate e la minacciosa certezza di nuove interrogazioni a settembre, sempre secondo il suo articolato programma definito con ogni probabilità fin nei minimi dettagli già sotto l’ombrellone e contenuto nella valigetta nera che porta sempre con sé; “kaì, kaì” esce dall’aula, facendola franca.

Poi, seconda ora, arriva quello di mate. “Se pensate di essere venuti al classico per poter non studiare matematica, poveri voi!”, l’anno scolastico era iniziato così. “Vah che bello” dice adesso, tronfio, rimirando dal fondo dell’aula le sue lavagne che contengono le ultime dimostrazioni di geometria dell’anno. Tutti muti ad osservarlo, ammirati quelli che hanno in sé un animo scientifico (finiti al classico per volontà forse della prozia letterata), o più semplicemente lecchìno, mentre terrorizzati gli altri, frequenti vittime del suo matematico sarcasmo. “L’anno prossimo voglio proprio venire a seguire un paio di lezioni del prof. D.” (filosofia), dice ammirato, lui che dà pochi compiti – così come comunemente intesi – e tanti giochi di logica. E via, fine, saluti.

Ed eccolo arrivare subito dopo, per la terza ora, quello di filo: “per esempio, un tavolo verde” (la cattedra), tutta la storia della filosofia spiegata rigirando in mille infiniti modi quest’unico esempio, quell’unico tavolo. Tono basso, pacato, di chi, pur avendo sembianze dimesse – sfigato, direbbero senza troppi giri di parole gli adolescenti – ha il potere di rendersi comprensibile anche ai più negati e quindi di mettere a tacere tutti quanti. Zitti, silenzio, è tempo del suo humor, e dei suoi esempi.

Per la quarta e ultima ora, quella mattina, entra la prof di inglese, che, a differenza degli altri, non si limita a identificarsi con la sua materia, ma ha un nome tutto suo: Il Baco, per via della sua passione per il verde bottiglia di cui veste sempre (no, non era l’incarnazione degli esempi di quello di filo, e no, non era nemmeno una scuola leghista). “Oh, ignore him”, apostrofa con la sua perfetta pronuncia americana da figlia di emigrati quale è, riferendosi al più scapestrato della classe. Quella pronuncia, risorsa così preziosa– come avrebbero capito tutti dopo – era ai tempi motivo di scherno continuo. Letture estive, esercizi, e “Driiiiiin”, la campanella segna la fine della lezione, della mattinata, dell’anno scolastico.

In cortile gli studenti più grandi hanno già dato il via all’unica goliardata consentita solo l’ultimo giorno dell’anno dall’austerity al potere: gavettoni.

Il Baco esce dall’aula nel corridoio su cui affacciano le finestre del cortile, aperte. Ed è in quel momento che gli astri si allineano, insieme ai bachi, ai tavoli verdi, agli accenti&spiriti greci e alle lavagne. E tutti in fila, come bravi scolaretti, fanno sì che un gavettone devii la sua traiettoria, si infili nella finestra spalancata e colpisca in pieno il Baco che stava passando di lì proprio in quell’istante.

Sospensione assicurata, proprio sul fischietto dell’arbitro. Peccato.

Ma stavolta un punto per gli studenti, e arrivederci a settembre.