Bottega | Claudia Ghidini

 

Bottega

di Claudia Ghidini

 

Giangiacomo

Sto allʼottavo piano del palazzo dei Ferrovieri che la nonna ha ereditato da suo padre, un tempo capostazione.

Vivo con la nonna da quando papà è morto perché mamma… boh, prima era depressa, poi doveva lavorare a Milano, dopo ancora in Svizzera e adesso mi telefona una volta alla settimana da Parigi dove è sempre molto indaffarata. Insomma, sto con la nonna da quando ci ho tre anni e se devo dirla tutta la mia famiglia è lei. Anzi, lei e Billy, il mio cocker che, alla mattina, prima di andare a scuola, devo portarlo giù per la pisciatina.

E sono qui all’ascensore, uno quelli vecchi, col cancello di ferro tutto a ghirigori, ad aspettare che quella del piano di sopra lo molli, … o dentro o fuori, con quella scoreggia di cane che potrebbe farlo cagare nella lettiera del gatto, anziché imbustarlo in quella tracolla leopardata che te la raccomando.

Ma quando lo molla? Alla prima ora ci ho la Moroni, che se arrivo tardi anche stavolta, mi mette quattro in greco che poi non lo recupero più. Ah ecco, finalmente.

“ ʼgiorno…”

“Buongiorno caro!” 

Buongiorno caro ʼna fava. La balena mi guarda: si è trasferita nel palazzo da qualche mese e ci ha un culo che io e mia nonna messi insieme non ne facciamo la metà. Mi scappa lʼocchio sulla targhetta:

PERSONENAUFZUG

ASCENSEUR

ASCENSORE

320 KG – 4 PERS.

SCHINDLER 1874

e faccio un rapido calcolo: io 78, Billy 10, il puffo 1 e la megattera? Quanti cacchio di quintali peserà senza cane all’occhiello? Non è che magari proprio stamattina l’ascensore non mi resiste allo stress test? 

Guardo lontano, alle spalle della tonnara, nello specchio, dove riconosco quella perfetta faccia da bellissimo imbecille che mi si stampa quando ci ho ancora sonno o quando penso alla Sara, che non so mai cosa dirle, quando mi guarda con quegli occhi verdi come la mentuccia della nonna sul davanzale della cucina.

Intanto, il mio sguardo è naturalmente attraccato al mega panettone della Pinkerton che, per effetto della fisica quantistica, attrae nelle sue sfere gravitazionali tutti globi fluttuanti nell’interspazio siderale dell’ascensore. Stavo sorridendo come un imbecille mentre i miei occhi si immergevano nel mare tranquillitatis dell’indistinguibile massa leggings-maxipull – nero – sovrapposta a gambette da merlo le cui estremità, infinitesimali, sono sostenute da un paio di stivaletti a punta con tacco. E intanto arriviamo al piano terra; distolgo lo sguardo dal deretano del cetaceo, mentre i nostri occhi si incrociano furtivamente: mi sorride, accondiscendente, nel sollevare lo sguardo dal mio pacco.

Ci siamo! la vecchiarda sta già pensando di farsi lo stallone del piano di sotto: diciannove anni, uno e ottantadue, educato, istruito (che faccio il classico), bello da morire, con ʼsta barba, che magari la lascio di tre giorni che fa più figo. Prima o poi, salgo e le suono, anzi, la suono!

“Arrivederci, caro!”

Li guardiamo, io e Billy, allontanarsi: lei, il suo criceto da viaggio camuffato da leopardo, e sotto di loro il mondo primordiale, il caos primigenio, nel quale solo un dio come me, bello come un eroe greco (Moroni!!! kalòs kagathòs) un giorno, dopo aver cagatòs il cane, potrà degnarsi di portare lʼordine.

“ʼvederci…”

 

Prof.ssa Lucia Anzini

Ho ereditato Pinkerton da zia Letizia, insieme allʼappartamento al nono piano del palazzo di via dei Ferrovieri.

Inizialmente lo misi in vendita e mi portai la bestiola a casa, ma la pulce, senza la sua padroncina, dava di matto: non mangiava e ringhiava a chiunque gli si avvicinava. Mamma mi suggerì di spedirlo, con una punturina, dalla sua padroncina (amen), ma il veterinario mi consigliò: “Provi a riportarlo nellʼappartamento di sua zia, e osservi come reagisce. Può darsi che si tranquillizzi e che riprenda a mangiare. Mi faccia sapere”.

L’esperimento andò a buon fine: indossati un paio di vecchi guanti da sci in pelle, imbottiti, ficcai l’azzannatore in macchina, alla volta di via dei Ferrovieri.

Strada facendo, notai che Pinkerton annusava l’aria e che, man mano che ci avvicinavamo alla meta, il ringhio di tramutava in un mugolio, inframmezzato da qualche guaito seguito da un abbaio: sapeva perfettamente dove lo stavo accompagnando. Sono sicura che se gli avessi dato le chiavi, avrebbe aperto la porta e fatto gli onori di casa. È stato commovente vedere quellʼesserino riprendere possesso della propria dimora, fiondandosi nella cuccia dove si accomodò con sapiente nonchalance, come un sovrano sul trono. 

Ora si è rassegnato alla mia presenza, accetta i croccantini che gli somministro e in cambio, per gratitudine, non mi morde più e mi ospita in casa sua. Poiché è lui il naturale erede di zia Letizia e come tale si ritiene in obbligo di controllare meticolosamente ogni mio movimento, senza perdermi mai di vista. È per questo che quando è stato il momento di sostituire il nome della zia – Lucchetti Letizia – ho ritenuto giusto mettere sulla pulsantiera quello dell’effettivo padrone di casa, di cui io non sono che la tollerata ospite.

Usciamo alle sette di mattina: chiamo lʼascensore mentre lo introduco in un marsupio di fortuna, perché non so ancora come reagisca con gli estranei, dato che quasi tutte le mattine ci salgono anche il ragazzino del piano di sotto con il suo cocker.

Quel ragazzino imberbe, che vive con sua nonna, stamattina si è perso a fantasticare su di me che, nonostante i miei quarantacinque anni e qualche chilo di troppo, sono ancora una donna piacente. È allievo della collega Moroni, al Liceo Ginnasio Panini.

Mi ispira tenerezza: alto e allampanato, di quelli che sono cresciuti di venti centimetri nel corso di unʼestate e che, per questo, non hanno ancora preso dimestichezza con lʼabnorme bidimensionalità del proprio corpo. Sarebbe interessante approfondire l’indagine fisico geometrica del soggetto… è sempre soprappensiero, forse intento a ripassare la lezione – che stamani bofonchiava qualcosa sul kalòs kagathòs – e sorrideva, ancora inebetito dal sonno, messo insieme alla bellʼe meglio, giusto per portare giù il cane. Non aveva proprio nulla dellʼeroe greco: nella fretta di uscire di casa ha dimenticato di chiudere la zip dei jeans da cui trapelava tutto un lembo della camicia, come un vessillo segnaletico… della bottega!

Immaginerà mai chi sarà la professoressa di greco per il resto dellʼanno scolastico, dato che la collega Moroni entrerà presto in maternità anticipata?

 

Pinkerton

Mi sono finto depresso, mordendo e azzannando qualsiasi cosa si muovesse nel raggio di 5 cm dal mio naso. Un deficiente! Ma disperato: non avrei mai rinunciato alle passeggiate nei viali del centro e allʼincantevole vista sulla città dal nono piano!

Per fortuna il dottor Bassi, ci ha visto lungo e la cretina ci è cascata come una pera cotta, e giù a riportarmi a casa e a rimpinzarmi dei croccantini più deliziosi che ci sono sul mercato!

Adesso non devo più neanche muovere il culo per entrare in ascensore che, con questa storia che sono esaurito, mi traveste da leopardo e, così travestito, incuto timore anche a quel ragazzaccio del piano di sotto con quel suo cane Billy che mi fa una cicca e che ha capito molto presto chi comanda qui.

Anche la cretina ha capito chi comanda in questa casa: non ci crederete, ma sulla pulsantiera del campanello mica ci ha messo il suo di nome al posto di quello della Leti.

Ci ha messo il mio!

 

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