Consiglio di Aprile II

C’è qualcosa di affascinante nell’osservare la caduta degli dei.

È innegabile, per esempio, che i punti più bassi nella carriera di alcune leggende del rock portino con sé un carico di morbosa curiosità. Di solito, tuttavia, occorre attenersi a quanto emerge all’esterno di una cortina protettiva quasi impenetrabile: dischi scadenti, concerti disastrosi e qualche imbarazzante scatto del paparazzo di turno.

Nel 2004, infrangendo la consolidata prassi di riservatezza, i Metallica decidevano di filmare il loro peggio, senza filtri. A distanza di 20 anni, dopo 100 milioni di dischi venduti e un numero incalcolabile di concerti sold out in ogni stadio o arena sul pianeta terra, la storia della più grande band heavy metal di sempre era avviata verso una fine ingloriosa. Abbandoni, dipendenze, ego straripanti e rapporti personali consumati dal tempo e dagli eccessi. Quella che doveva essere una sessione di due settimane, organizzata con l’intento di filmare i musicisti alle prese con le registrazioni del nuovo album, si è trasformata in un vero e proprio documentario verità. Terapia di gruppo, insulti, esili volontari per curarsi da alcolismo e tossicodipendenza, questioni economiche, niente viene tralasciato, mediato o addolcito in fase di post-produzione. Some Kind Of Monster, oggi riproposto da Netflix con l’aggiunta di un breve extra che testimonia il cammino percorso dalla band nei 10 anni successivi, è un brutale, onesto e poco accomodante atto di ribellione all’ortodossia della mitologia rock and roll.

La testimonianza incontrovertibile che anche gli idoli forgiati nel metallo pesante, in ultima analisi, rimangono esseri umani.

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