In un modo o nell’altro | Alessandro Carminati

 

In un modo o nell’altro

di Alessandro Carminati

 

Nico attese che l’orizzonte inghiottisse l’ultimo spicchio di sole. Poi l’ombra aggredì il vetro che gli restituì l’immagine di un vecchio. Quanto era passato dall’ultima volta?, pensò. Non riuscì a completare il calcolo.

“Cacchio! Cacchio! No! Non ora, ti prego!” Alle sue spalle, Teo bisticciava con uno schermo inerte, picchiandone il retro col palmo aperto. Nico si chiese perché mai Teo non riuscisse nemmeno a sbottare come si deve.

“È grave?” gli domandò in tono neutro.

“Cacchio, temo di sì, capo.”

Avevano condiviso il tempo della merda nei pannolini, della merda nelle latrine sotto naja, di quella proiettata nei cinema porno e quella di un salario di merda. Eppure, Teo ancora non riusciva che a chiamarlo capo.

“Se è grave ci vuole qualcosa di più di un ‘cacchio’, non credi?” lo stuzzicò Nico.

“Ecchecca… cchio… sì… capo…”

Era già mortificato per il guaio, non meritava anche un’umiliazione. Nico se ne rammaricò. Dopo tutto Teo era pur sempre il compagno di antiche battaglie. Cambiò registro con decisione.

“Quanto ci resta?”

“Trenta minuti, capo.”

Fuori non c’era già più vita.

Nico gli si affiancò e in silenzio scrutarono quel capriccioso apparecchio.

“Situazione di merda, direi.”

Teo gonfiò il petto, serrò la mandibola e compose lo sguardo più risoluto di cui era capace. Quando il capo parlava sporco poteva significare una e una cosa soltanto: l’avrebbero raddrizzata. In un modo o nell’altro.

Presero posto, pronti all’ingaggio. Nico collocò il suo cronografo su un ripiano, in posizione frontale e ben visibile. Caricò il countdown a venti minuti, un margine di dieci per gestire l’eventuale disastro, poi inspirò a fondo: “E merda sia!”

Cominciò dal controller: trentasei comandi resi indistinguibili dall’usura. Li testò a uno a uno fino a che lo schermo assunse una sembianza malaticcia ma ravvivata da un impaziente cursore bianco.

“Bingo!” esclamarono all’unisono.

Attesero un ulteriore segnale. Come pure il cursore che, da par suo, si limitò ad ansimare come un cane con gli occhi sull’osso.

“Ok, non è molto ma è qualcosa. Abbiamo una penna?” chiese Nico.

Teo tornò con un mozzicone di matita e un quaderno ingiallito dall’inedia. Prese nota di ogni singola mossa, cosa che venne utile a ogni passo falso, quando ogni volta dovettero ripetere l’intera procedura.

Persero così minuti preziosi, ma al quarto tentativo furono premiati con un’incoraggiante sequenza di lettere. Nico vi fece scorrere sopra l’indice e le ripeté lentamente sottovoce.

“Inglese”, decretò infine.

“Oh mammamia!” sbuffò l’altro.

Concordarono potessero essere istruzioni. Ora si trattava di decifrarle, capire il problema e innescare il rimedio.

“Dici che ce la facciamo, capo?”

Nico gettò l’occhio al cronografo: cinque minuti. Quello era il vero problema. Non esitò oltre e attaccò a duellare con le stringhe di messaggi che, comando dopo comando, il monitor gli vomitava addosso.

INSERT SCART CABLE INTO MAIN SOCKET

“E uno. Forza.”

PRESS PLUG BUTTON

“Facile. E due.”

PRESS RETURN TO SWITCH FROM STAND-BY MODE

“Fatto!”

SET ‘T’ TO MANUAL

“…’fanculo! Avanti!”

SELECT OSD TO CALL UP

“Dai, dai, dai!”

FREEZE SCAN TO INDEX SEARCH

“E ’sticazzi!”

DEBUGGING…

PLEASE WAIT…

PROCESSING…

DATA CONNECTION…

“…macristodiddiosantissimo!”

SYSTEM BREAKDOWN

“Eh no, eh!”

SYSTEM BREAKDOWN lampeggiò tre volte, poi implose e venne risucchiato dallo schermo.

Ci fu silenzio per un po’. Poi il timer giunse allo zero e il cronografo si mise a trillare. Nico lo zittì e con gesto posato lo allacciò al polso.

“E adesso, capo?”

Nico si avvicinò all’ampia vetrata. Fuori era tutta una grande lavagna nera. Chiuse gli occhi e mentalmente vi planò sopra. Una volta lì, con un gessetto completò il calcolo lasciato in sospeso: dodici anni.

Quando capiterà di nuovo?, si domandò. Altri dodici anni? Ci saremo ancora? Si ridestò come sferzato da uno schiaffo. “Porta la Vedova”, ordinò.

Teo rimase a fissarlo. Diavolo di un capo!, sibilò fra sé.

 

Inatteso, il campanello all’ingresso suonò.

“Ma chi è che scassa l’anima, oggi e a quest’ora!” Smoccolando, l’uomo si affrettò alla porta. “Ah, lo voglio proprio vedere in faccia chi è che trova altro da fare in questo momento. Proprio stasera! Dopo tutti questi anni!”

Sbirciò con prudenza dallo spioncino e riconobbe l’anziano del quinto piano che gli accennava un saluto con la destra. Aprì la porta: scoprì che gli anziani erano due.

“Buonasera, signori. Cosa è successo?”

Teo azzardò un sorriso garbatamente supplichevole alzando a mezz’altezza la sinistra. Una manciata di secondi e si accomodarono tutti e tre in salotto davanti al televisore: cantarono l’inno a piena voce, l’arbitro fischiò il calcio di inizio e Teo stappò la bottiglia ghiacciata di Veuve Clicquot Riserva Speciale.