Perché io so di non sapere | Fabrizio Senici

 

Perché io so di non sapere

di Fabrizio Senici

 

Vedevo la sua ombra camminare ogni sera su e giù per la vecchia stanza illuminata da fioche lampadine. La vedevo dietro vecchie tendine di pizzo sgualcito, quelle a mezzo vetro, sostenute da antiquate bacchette di bambù.

Abitava, come me del resto, al piano terra di un vecchio palazzo, quelli con portineria e un ampio cortile interno. I nostri appartamenti facevano angolo su quel cortile cosicché sporgendomi appena dalla finestra della cucina potevo, quasi indisturbato, osservarlo e soprattutto sentirlo.

Io c’ero nato in quella casa e conoscevo da sempre l’anziano professore. Me lo rivedo ancor oggi tanto vivido è il suo ricordo. Lo incrociavo nell’atrio fresco del nostro palazzo: lui accennava a Socrate con quel “Perché io so di non sapere” ripetuto con toni baritonali fissandomi con uno sguardo fiero e burbero.

Nella mia adolescenza di studente liceale, chino sulle versioni di greco e latino, quella frase divenne un ritornello che canticchiavo per strada affidandolo alle più diverse melodie delle canzoni in voga a quei tempi.

Non l’avevo mai sentito lagnarsi. Non del tempo e non certamente della politica da cui mi sembrava se ne stesse volontariamente lontano.

Nemmeno quando morì sua moglie cambiò: sembrava che il tempo passasse muto sul suo sguardo accigliato che ripeteva senza parlare: “Perché io so di non sapere”.

 

Un giorno si decise a prendere una governante, una rotonda signora di mezz’età che ogni mattina veniva da fuori Firenze. Ogni tanto la incontravo e la salutavo ricevendo una risposta educata. Allora la precedevo aprendole il pesante portone d’ingresso, mentre lei entrava insieme a una sporta della spesa da cui spuntavano di volta in volta lunghi filoncini di pane francese, gambe di sedano, o mazzi di erbette a costa bianca.

L’arrivo della governante lo rese ancora più brusco, e i rimproveri alla povera donna oltrepassavano gli spessi muri dei nostri appartamenti: Guglielmina, il minestrone è senza sale; Guglielmina, il minestrone è troppo salato, è troppo rado, c’è troppa verdura.

 

Il tempo passava, la mia laurea ormai era un bel quadretto attaccato in corridoio, i miei genitori, morti repentinamente e a breve distanza tra loro, mi lasciarono in eredità quella casa da cui non me ne andai. Nella loro camera avevo ricavato il mio studio dove leggere e correggere i compiti dei miei studenti.

Il professore era invecchiato. Usciva poco, accompagnato dalla sua governante. Invecchiata anche lei, non se n’era più andata da quella casa dove si era definitivamente trasferita, chiaro segnale di una vita solitaria.

Da un certo momento in poi, quando rientravano dalle sempre più rare passeggiate, il vecchio professore incontrandomi prese a domandarmi cose strampalate e ad alta voce: “E adesso? Mi siedo?”; “Vado a casa?”; “Vado a letto?”. Frasi sconnesse dal contesto che al momento mi facevano sorridere.

Guglielmina accompagnava quelle frasi urlate con consolatorie alzate di spalle come a dire lo scusi è un po’ rincitrullito.

Un giorno azzardai a domandare al professore il perché di quelle domande urlate. E lui chinando il capo e a voce bassa rispose: “Perché io so di non sapere” ma subito dopo stava già urlando una delle sue insensate domande: “Devo mangiare?” “Vado a letto?” Ebbi l’impressione che non volesse arrendersi all’evidenza della malattia, che la signora Guglielmina chiamava arteriosclerosi, e che quelle domande urlate fossero un riflesso involontario e indomabile del decadimento senile del vecchio.

Passarono ancora un paio di anni, ora non ricordo bene, e le mura di casa non riuscivano più a contenere le grida interrogative del professore che ora intercalava le frasi senza senso con quella sua unica proposizione che da sempre costituiva la risposta a tutti gli interrogativi posti nella sua mente: “Perché io so di non sapere”; “Perché io so di non sapere”; “Perché io so di non sapere”.

 

Alla fine lo portarono via. Venne un’ambulanza con due infermieri che gli fasciarono le braccia dietro la schiena e lo costrinsero immobile su una carrozzina. Guglielmina provò a salutarlo, ma lui con due occhi spiritati le urlò in faccia: “Perché io so di non sapere” e ancora lo sentivamo urlare mentre l’autolettiga si allontanava nella via.

La governante chiuse la porta dietro a sé per l’ultima volta e non la rividi più. La casa restò vuota per alcuni anni finché un giorno squadre di operai cominciarono a portare via mobili, suppellettili e tutto quanto vi era contenuto.

Mi affacciai alla porta del mio appartamento giusto in tempo per raccogliere un libro caduto nel trasloco. Lo raccolsi, odorava di vecchia carta e la copertina di pelle non riportava alcun titolo. Sentendomi un ladro, lo arraffai e velocemente mi ritirai in casa.

Seduto in poltrona lo posai sulle ginocchia e piano lo aprii. Sul frontespizio lessi autore e titolo:

Platone

Apologia di Socrate

E poi in basso vergato a mano con grafia incerta e tremante:

Perché io so di non sapere.