Riunione famigliare | Sergio Climinti

 

Riunione famigliare

di Sergio Climinti

 

Ogni anno la nostra famiglia si incontra per passare una giornata nell’antica casa dove tutto è cominciato. Un edificio soffocato oggi da una fitta boscaglia, ma un tempo circondato da una vivace foresta dove gli avi organizzavano battute di caccia.

Personalmente, preferisco trascorrere il tempo in compagnia del vecchio zio e ascoltarlo raccontare vicende del passato, piuttosto che partecipare alle futili e noiose chiacchiere dei giovani.

“Che senso ha chiamarla ancora cacciagione se non si caccia più? Se ce la troviamo nel piatto senza la benché minima fatica?”, obietta il vegliardo al momento di sedersi a tavola.

Nessuno si prende l’impegno di rispondere, così lui continua a monologare: “Ne abbiamo imparate di cose sulla caccia, da quei diavoli rossi…”

“Perché, tu all’epoca c’eri già, nonno?”, domanda provocatorio Luca, il più giovane.

Lo zio mastica qualche parola incomprensibile al suo indirizzo, fissandolo con un’aria tra il contrariato e il compassionevole.

“A cosa si riferisce?” domanda con una certa prudenza il nuovo venuto.

“All’epoca delle guerre con gli indiani”, gli soffia sensualmente Anastasia all’orecchio.

“Già, i nostri antenati erano cacciatori di pelli”, intervengo io. “All’inizio erano trapper solitari, poi si organizzarono fondando una compagnia di pellicce e fecero la loro fortuna.”

“E anche la nostra!” squilla Gloria.

“Quando la tendenza del cappello di castoro, in Europa, passò di moda, impegnarono tutto in altre attività, capitalizzando i loro investimenti. Ma non persero mai la loro vecchia passione: la caccia”, chiarisce Karl.

“Prima rappresentava un’attività fondamentale. Dalla caccia dipendeva la sopravvivenza”, riprende serio lo zio. “Soprattutto durante l’inverno, quando cibo e cacciagione scarseggiavano. Era allora che si rischiava di incontrare il Wendigo!”

“Oh no, ancora…” scuote sconsolata la testa zia Priscilla.

“Basta con queste vecchie storie, parlaci un po’ di te, invece”, interviene Gloria rivolgendosi al tale che la piccola Anastasia ha portato con sé. Però, come si è fatta bella la ragazza! Il tipo prova a pronunciare qualche parola, ma viene interrotto dalla voce di Rocco che, come al solito, è alle prese con Adele.

“Ancora con la storia del libero arbitrio? Bella scusa…”, sorride ironico lui, producendosi in una smorfia poco elegante.

Adele, risentita: “Ma ti senti quando parli? Sei superficiale. Secoli di teologia e non trovi niente di meglio che banalizzare tutto.”

“Quando hai detto che ti sposi?”, domanda interessata Ginevra a Enea.

“L’otto.”

“Di quale mese?”

“Allora dimmi una cosa,” incalza Rocco, “anche gli animali possiedono il libero arbitrio?”

Adele, ieratica: “Sì, mi pare che nella Genesi sia scritto chiaramente che Dio terrà conto del bene e del male commesso sia dagli uomini che dagli animali.”

Precisa lo zio: “Genesi 9:5. Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne chiederò conto a ogni essere vivente.

“No, non l’otto, intendevo dire che lotto per non sposarmi!” ride Enea, convinto di suscitare la stessa reazione in chi gli sta vicino.

“Hai preso la pasticca per la memoria?”, si sgola dall’altra parte del tavolo mamma Enza all’indirizzo di Luca.

Lui, dopo un attimo di pausa: “Non mi ricordo, ma’!”

“Ma per favore… Come si fa a giudicare l’istinto degli animali come qualcosa che appartiene al bene o al male?”, si scalda Rocco. “Le bestie sono spinte dalla necessità che la loro specie gli impone. Il bene e il male qui non trovano posto, sono concetti creati dall’uomo, il quale, antropocentricamente, li attribuisce a tutto ciò che lo circonda, e anche a ciò che lo trascende. Ecco da dove nasce Dio!”

“Santo cielo, che brutta parola!” sbotta Karl.

“Quale?” chiede Rebecca.

Antropocentricamente. Quale sennò?” afferma Karl.

“Io credevo fosse Dio.”, lo stuzzica Rocco.

A interrompere il disordinato chiacchiericcio è zia Priscilla che arriva con le pietanze. Miracolosamente tutti tacciono. Mi godo il silenzio innaturale che durerà ancora per poco e come sempre mi stupisco dell’eleganza con cui la zia apparecchia la tavola. Dove li trova ogni volta dei tessuti così belli?

Poi il fastidioso cicaleccio riprende, supportato dall’immancabile presenza degli smartphone che ormai costituiscono una posata aggiunta.

“Dicevate, a proposito del Wendigo?”, si fa avanti il tipo nuovo verso lo zio.

“Davvero ti interessa?”, domanda sorpreso Karl.

“Ho dato un esame di antropologia all’università, il tema è stimolante.”, risponde lui. “I più pensano che sia una specie di demone della mitologia indiana, ed effettivamente è così, ma è un mito che appartiene solo a quei nativi che vivevano nella parte settentrionale del Nord America. A quelle latitudini, gli inverni erano particolarmente lunghi e rigidi, come diceva prima vostro zio, e procurarsi il cibo era particolarmente difficile. Perciò sembra che la figura sia nata come monito contro il rischio concreto della pratica del cannibalismo.”

Si accoda lo zio, continuando il suo discorso interrotto prima. “Proprio così. Colui che infrangeva il tabù diventava il Wendigo, un animale affamato di carne umana, insaziabile, sovrumano, spaventoso.” Un sorriso colmo di soddisfazione si forma sul suo viso, poi si rivolge ad Anastasia domandandole: “Dove lo hai trovato?”

“Ti piace, non è vero?”, gongola Anastasia.

“Sembrerebbe davvero degno di entrare a far parte di noi”, conclude lo zio.

Un caldo imbarazzo solca le guance del tipo, forse teme di compromettersi, oppure è sinceramente soddisfatto della guadagnata considerazione dello zio, e di Anastasia.

“Qualcuno ha visto dov’è finita l’insalata?” chiede Luca.

“Cosa odono le mie orecchie! Le nuove generazioni non promettono affatto bene”, scherza ancora Enea. “Ma come lo cresci, Enza?”

“Non sono mica vegano!”, risponde risentito Luca.

 

Arriva il momento del dolce. La cuoca, dopo aver ricevuto i meritati complimenti, appoggia un’insalatiera sotto gli occhi del tipo. La sua espressione ebete non cambia neanche quando la zia gli apre col coltello un sorriso scarlatto sotto al mento. La fessura si allarga di più quando la sua testa viene tirata all’indietro per i capelli. Non c’è recipiente che tenga, il sangue sgorga e gorgoglia dappertutto scompostamente. Peccato. Questa biancheria da tavola era davvero bella. Tutti si lasciano andare come bambini, ululando il proprio giubilo e avventandosi sulla preda. Solo lo zio mantiene il giusto aplomb e commenta disincantato: “Una volta la selvaggina la si doveva cacciare. Così non c’è più gusto. Tutto troppo facile. Cani! Da lupi che eravamo, siamo diventati come cani…”

Non posso che concordare con lui, mentre affondo le dita nello sterno del tipo, alla ricerca dell’osso della fortuna.