Una madre e una figlia | Marilina Lo Russo

 

Una madre e una figlia

di Marilina Lo Russo

 

“Adesso ti porto a tagliare i capelli! Tagliandoli si rinforzano, e poi stai bene così, alla maschietta, è di moda e sono tanto pratici!”

Erano i primi anni ’60, Anna aveva sei anni e ascoltava sbuffando sua madre che insisteva a portarla da un barbiere da uomo, diceva che tagliava meglio.

Sofia, la madre di Anna, teneva molto alla praticità, pensava sempre a come semplificare le cose e a come farle più in fretta, come se avesse altre cose, più importanti, da fare. “Muoviti!”, “Sei ancora lì?”, “Chi ha tempo non aspetti tempo!”

Solo al cucito, che era la sua passione, Sofia si dedicava con pazienza, facendo e disfacendo una cucitura fino a quando non veniva bene come voleva lei.

Aveva una Necchi elettrica, moderna per allora, e ci passava delle ore.

Faceva per Anna vestitini semplici, con pochi fronzoli, gonne a pieghe, scamiciati, molto pratici. Una volta si era avventurata anche a realizzare un cappottino, utilizzando un bel taglio di stoffa in pura lana che le avevano regalato, ma non era venuto molto bene. Sofia aveva scritto nella lettera settimanale a sua madre: “Purtroppo ho rovinato una stoffa così bella!” e malediceva il momento in cui aveva deciso di iniziare quell’impresa, lei che non era nemmeno una sarta vera.

Mentre cuciva parlava tra sé a mezza voce, commentando ciò che stava facendo, imprimendo forza alle sue decisioni, complimentandosi da sola per le buone riuscite e rimproverandosi per la sbadataggine, imprecando qualche volta nel suo dialetto originario che nessun altro comprendeva.

Seduta sul tappeto a giocare, Anna la ascoltava senza troppa attenzione, assimilando inconsapevolmente quel modo che aveva sua madre di riempire la solitudine. Passavano molto tempo insieme.

Anna si arrabbiava con sua mamma solo quando la portava a tagliare i capelli, vale a dire almeno una volta al mese, ma era una rabbia di breve durata perché Anna accettava la sottomissione alla madre come una condizione naturale: nella sua acerba visione del mondo le bambine dovevano fare quello che volevano le mamme, stop; poi da grandi avrebbero potuto fare quello che volevano loro.

Sapeva che doveva aspettare.

Guardava con invidia i capelli danzanti delle compagne che saltavano alla corda, mentre i suoi rimanevano sempre fermi e dritti sia sulla fronte che sulla nuca e nei suoi giochi davanti allo specchio fingeva di avere i capelli lunghi acconciando sulla testa dei foulard e facendone ricadere i lembi sulle spalle, ruotando e scuotendo il capo per farli muovere intorno al viso. Si trovava molto affascinante.

Coltivava così dentro di sé una serie di considerazioni estetiche, ideali di femminilità, fantasticherie cui non poteva e non voleva dar voce in quel momento, le metteva da parte per il futuro.

Di fronte alle compagne di giochi però, non volendo ammettere di essere vittima di tale sopruso materno, e sentendo confusamente il dovere di non screditare sua madre ai loro occhi, si arrampicava in discorsi assurdi che giustificavano quel taglio quasi fosse una sua scelta. “È moderno, è sportivo!” e per rendere bene l’idea ostentava un’aria sbarazzina, quasi da maschiaccio.

A volte Sofia entrava in camera mentre Anna faceva quel gioco con i foulard e rideva, sinceramente divertita, in quel momento complice di quei giochi di bambina che forse anche lei aveva fatto in passato. Quella era una delle rare occasioni in cui Anna vedeva sua madre rilassarsi e gioire davvero.

Sofia aveva sposato Giovanni dopo solo un anno di fidanzamento. Lui aveva quindici anni più di lei, era forte e amorevole, serio, determinato, un gran lavoratore.

Era Giovanni a occuparsi del bilancio familiare cercando di limitare le spese superflue: “Abbiamo già la televisione, al cinema si può fare a meno di andare”.

Forse Sofia era delusa, forse durante le lunghe giornate in casa si sentiva sola.

“Se non sai cosa fare, puoi andare dalle mie sorelle” diceva Giovanni.

Sofia provava per lui un sincero attaccamento, un misto di amore e soggezione.

Da quando con il matrimonio si era trasferita nel paese di Giovanni non era riuscita a farsi delle amicizie, un po’ per la sua natura schiva, un po’ perché le sorelle del marito l’avevano messa in guardia dalle vicine pettegole.

In questo modo Sofia non partecipava ai pettegolezzi ma li subiva, infatti le altre donne commentavano tra loro questo suo atteggiamento giudicandola superba e presuntuosa e lei ne soffriva.

Anna comunque cresceva serena, al centro dell’attenzione di un padre maturo e di una madre giovane che stava invecchiando troppo in fretta.

Lei veniva al primo posto per entrambi.

Sofia raccontava ad Anna che quando era ragazza avrebbe voluto studiare, ma c’era la guerra, e suo padre non voleva mandarla da sola in città; avrebbe voluto far studiare il figlio maschio, suo fratello, ma lui non ci era portato e non ne aveva voluto sapere. Nemmeno a quel punto il nonno ci aveva ripensato, quindi aveva chiuso per sempre il capitolo studio dei figli.

Nonostante Sofia parlasse sempre con rispetto di suo padre, questa cosa non gliel’aveva mai perdonata. In molte occasioni raccomandava ad Anna: “Tu quando sei grande devi studiare, trovare un bel lavoro, fare la segretaria o la maestra, così avrai il tuo stipendio e non dovrai chiedere i soldi a nessuno”.

Anna le chiedeva: “E mi sposerò anche? Avrò dei bambini, io?”

Sua madre le rispondeva: “Dipende, chi lo sa?” come se la cosa non avesse alcuna importanza, e ribadiva: “L’importante è che tu studi”.

Su questo era d’accordo anche Giovanni, che aveva una sorella zitella che faceva la maestra ed era molto stimata in paese.

“Va bene mamma” diceva Anna pensierosa.

Non aveva ancora le idee ben chiare sul suo futuro ma sapeva già che non voleva essere come sua madre e nemmeno come la zia maestra e sicuramente si sarebbe fatta crescere i capelli.